I CATANZARESI RACCONTANO CATANZARO

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STORIA

L’assedio del 1528 a Catanzaro

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… Siamo all’inizio del XVI secolo: Francesco I, Re di Francia, soffocato dalla ingombrante presenza del suo potente vicino, Carlo V, padrone assoluto di un Impero “su cui non tramonta mai il sole”, trascina il nemico in una serie di guerre che, però, si ritorcono tutte ai suoi danni, finché nel 1526, battuto seccamente a Pavia, viene addirittura fatto prigioniero e costretto all’umiliante trattato di Madrid. Ma indomito il francese medita già la vendetta, cercando stavolta di usare la testa: dov’è il punto debole nei domini di Carlo? Dove l’esercito e i nobili possono essere facilmente comprati e indotti a tradire la Corona? Dove i ricchi feudatari sono ancora legati, per secolari questioni dinastiche alla Casa di Francia?

Ma certo, nel Regno di Napoli! Ed ecco allora che un esercito di 35.000 uomini cala al sud dell’Italia agli ordini del famoso generale Lautrec. L’avanzata francese è rapida ed incontrastata: la capitale viene posta sotto assedio, mentre cadono, una dopo l’altra tante città e tante altre offrono ai conquistatori le civiche chiavi in segno di resa. Il Viceré spagnolo, Don Pedro D’Alarcon Mendoza, rifugiatosi a Castrovillari presso il Duca Don Ferrante Spinelli, non sa a che santo votarsi, quando, inaspettata, giunge l’offerta di Catanzaro.

La città non può dimenticare i numerosi privilegi concessi da Carlo V per via della celebre lavorazione della seta e vuole mantenere ad ogni costo la sua libertà, con la demanialità confermata dall’Imperatore. Don Pedro che conosce benissimo Catanzaro, i suoi colli inaccessibili, il suo castello imprendibile, la sua invidiabile posizione nel punto più stretto d’Italia a controllare ogni varco terrestre verso la Sicilia, la cocciuta ostinazione degli abitanti a non darsi mai per vinti, risolve perciò di portarsi a Catanzaro e di farvi piazza d’armi, facendovi convergere tutte le forze di difesa spagnole.

Intanto, i primi di giugno del 1528, anche i francesi giungono in vista della città, suddivisi in due colonne, una agli ordini del Conte di Capaccio e l’altra agli ordini di Francesco di Loria. Subito i due capitani intimano la resa alla città e, nel tentativo di ridurla alla fame, danno fuoco a campi, frutteti e mulini del circondario. Don Pedro non si lascia intimorire, anche perché, passate in rassegna le sue truppe nel Piano di San Rocco (oggi piazza Roma), conta ben 11 mila uomini tra catanzaresi ed altra gente accorsa da tutta la Calabria. Inoltre, per sopperire alla penuria di denaro, i cittadini portano a fondere tutti gli oggetti d’argento con i quali viene battuta una moneta provvisoria, detta ossidionale, il famoso carlino catanzarese.

Carlino Catanzarese Moneta
Moneta coniata a Catanzaro nel 1528

La difesa venne organizzata ripartendo la città in dieci presidi, ciascuno dei quali fu assegnato ad uno dei nobili che prendevano parte alle operazioni militari; Don Pedro, infine, pose il suo quartier generale nella Piazza Maggiore (oggi Piazza Basilica dell’Immacolata). Per ciascun presidio venne eretto un padiglione su cui campeggiavano le insegne del comandante, che comprendevano sempre un motto inneggiante all’amore o a gesta cavalleresche. Erano fra i difensori della città Don Ferrante Spinelli, Don Alfonso Sanseverino, Ferrante Bisballis, il Conte di Simeri, il capitano governatore della città Fernando Mazza e tanti altri. I cavalieri venivano sovente confortati e incoraggiati dalle nobildonne della città tra le quali si trovava anche la bella marchesina Isabella Caracciolo, signora di Mesoraca, fuggita dal suo paese dove gli abitanti, arresisi ai francesi, avevano trucidato il padre e tutti i suoi familiari. Della giovine, che sempre in lacrime e vestita a lutto era ospitata presso un monastero cittadino, s’era pazzamente innamorato il valoroso Duca Ferrante Spinelli. Intanto, respinti con tenacia i primi tentativi di assedio dei francesi, i catanzaresi decidono che lo scontro finale sia meglio affrontarlo in campo aperto, piuttosto che rinchiudersi dentro le mura. E così, preparato meticolosamente da Don Pedro il piano di battaglia, il 24 giugno i nostri uscirono nel Piano della Sala ed affrontarono con baldanzoso entusiasmo le armate nemiche.

Ma col passare delle ore l’esito della tenzone si faceva sempre più incerto, perché i due schieramenti si equivalevano perfettamente; fu allora che il Capitano della città, Fernando Mazza, fino ad allora rimasto a presidiare le mura, decise di entrare nella mischia, dando in tal modo, sul calar della sera, il colpo di grazia ai francesi. Grande fu allora il tripudio della popolazione al festante rientro dei cavalieri vittoriosi al termine dell’accanita battaglia ed iniziarono quindi i festeggiamenti che tra musiche, balli e tornei cavallereschi si protrassero ininterrottamente per dieci giorni e si conclusero con lo splendido matrimonio tra il valoroso Ferrante Spinelli e la bella Isabella Caracciolo.

Il Regno di Napoli era salvo e se sui domini di Carlo V non tramontava mai il sole, l’Imperatore lo doveva certamente all’immenso valore dei catanzaresi. E difatti, dalla sua corte di Bruxelles, egli disse: “Abbiamo voluto riconoscere a quella città una parte non piccola di gloria”. Catanzaro vide quindi accrescere i suoi già ampi privilegi, tra i quali quello di battere moneta, diritto che mantenne per lunghissimo tempo, e quello di fregiare il suo stemma con l’Aquila Imperiale ed il motto “Sanguinis Effusione”, di cui ancor oggi la città si dà vanto.

Mario Mauro

Guida Turistica

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Catanzaro- Il Mediterraneo Pittoresco – 1892

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L’assedio del 1528 a Catanzaro ultima modifica: 2020-04-20T00:30:57+02:00 da Mario Mauro
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