I CATANZARESI RACCONTANO CATANZARO

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DIALETTO

Il dialetto calabrese rivive nel Dizionario catanzarese di Umberto Conforto

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Bisogna amare la propria città oltre ogni misura per impegnarsi, per circa un trentennio, nella raccolta dei termini dialettali, al fine di compilare, per i propri concittadini, un corposo vocabolario catanzarese, in due distinte sezioni: dal catanzarese all’italiano e dall’italiano al catanzarese! Lo ha fatto, con passione e sacrificio, UMBERTO CONFORTO, parlando con la gente del popolo, perché il dialetto per costoro è stato, da sempre, la lingua materna, quella del cuore, dei sentimenti, della condivisione! Oppure consultando le pubblicazioni che trattavano del dialetto catanzarese e non solo di questo. Ed infine ricercando nelle trascrizioni la scelta più adeguata, per riprodurre fedelmente il significato che gli è proprio.

Copertina
Cercàndu, lejèndu, parràndu – Umberto Conforto

E non si creda che questa operazione sia piuttosto semplice, poiché molti figurati del dialetto non trovano affatto una precisa corrispondenza con l’italiano! Si pensi – tanto per fare un esempio – all’aggettivo e pronome femminile ‘ncùna, che nel dialetto catanzarese assume un particolare significato – oltre a quelli comuni con l’italiano –, che non è presente nella lingua nazionale: «nda sapa ‘ncuna… (deve essere certamente a conoscenza di molti fatti…; in genere, conoscere, avere cognizione di tante cose)». Lo stesso si verifica con la parola gelàtu, che ha, oltre al significato comune dell’italiano, quello figurato di ficodindia: «così venivano chiamati i ficodindia perché tenuti costantemente al fresco sotto le fontane pubbliche». Ci piace ricordare – per analogia – quello che sosteneva il più eccelso dei cuochi, Pellegrino Artusi, che ricordava che per diventar cuochi «il migliore maestro è la pratica» (1). Allo stesso modo il nostro Autore, che non ha l’«ossessione» della grammatica, a tutti i costi, ma privilegia, sopra ogni cosa, l’identità della parola e del suo significato! Questo non vuol dire disattendere alle “regole” grammaticali, ma solo non appesantire un dizionario con un folto numero di pagine all’inizio dell’opera! Egli predilige, invece, l’applicazione alla teoria, come si può vedere da questi pochi esempi:

Pròstesi, sviluppo di un elemento non etimologico in sede iniziale di parola:

«de jornu a gghjornu» di giorno in giorno, in cui il secondo lemma, un allòtropo;

Coniugazione, per esteso, di alcuni verbi:

Condiz.: dicèrunu (direbbero), dal verbo dira, di cui l’A. dà, per esteso, come anche per altri verbi, la coniugazione!;
Indicazione degli allòtropi:
firnèsta [anche: furnèsta, finnèstra, hinèstra, hinnestra («h» aspirata), firnèstra, furnèstra];

Trascrizione corretta dei significati:

fìmmina [anche: hìmminah» aspirata), /fì-mmi-na/1. Femmina, ant ., femina, donna adulta (parlando di persona), essere umano di sesso femminile (…).
(alla vc. pàpara) dimin. «paparèddhra» piccola papera, pulcino dell’oca, paperetta, paperina;
così veniva chiamata anche la bicicletta per bambini (…).

La seconda parte del Vocabolario, quella dall’italiano al catanzarese, è di poche pagine ed è, più che altro, un buon glossario, che raccoglie le voci più significative, poiché non sempre è possibile trascrivere i lemmi nei quali si ricorre a forme figurate!
Anche in questo caso bisogna utilizzare un figurato, per esprimere tutto il disagio cui è sottoposto l’autore che decida di compilare un simile glossario; “tortura” non dissimile a chi si sottopone al letto di Procuste, come faceva il leggendario brigante della mitologia greca che attendeva i viandanti per straziarli: stirati a forza, se troppo corti, e amputati, se troppo lunghi!
A significare questi sforzi si prenda, ad esempio, una delle parole più comuni nei dialetti calabresi, manculicàni, che Conforto indica, rifacendosi a Domenico Pittelli, con queste parole:

«non augurabile neanche ai cani!; l’espressione aveva due significati: indicava che non si augurava nemmeno ai cani quanto capitato ad alcuno: malattia grave, morte violenta di una persona cara, disgrazie di ogni genere, infelice situazione familiare, ecc.; ma indicava anche, rivolta a taluni commercianti e fruttivendoli senza scrupoli, che certa merce offerta al pubblico non era «bona mancu ppe’ cani! (bona mancu pp’e porci!)» e che non doveva essere posta in vendita» (2).

Copertina dizionario
Cercàndu, lejèndu, parràndu – Umberto Conforto

Si tratta di espressioni ottative, per giunta precedute dalla negazione, che auspicano che la cosa indesiderata non avvenga! Escludendo la parola cane, la ricerca potrebbe orientarsi – nel sommario – verso quei termini presenti nel suddetto modo di dire, come ‘augurio’, ‘accadere’, ‘accidenti’, ‘volere’, ‘nemmeno’, ‘capitare’, ecc., ma non vi è esito alcuno! «Il parlare, e massimamente lo scrivere l’italiano – sosteneva, nel 1924, LORENZO GALASSO –, è un affare abbastanza imbarazzante per noi altri calabresi.
Generalmente, in Calabria, si parla, si canta, si conversa in dialetto; e, specie nei piccoli borghi, la lingua italiana non è meno indigesta del difficile latinorum di Don Abbondio. Basta infatti provarsi un po’, come suol dirsi, a toscaneggiare, per sentirsi intonare, con indiscreta schiettezza, l’eterno ritornello: Va parra comu màmmata ô focularu! Va là, parla come parla tua madre al focolare domestico!» (3).


Un vocabolario non è solo uno strumento di consultazione, ma una raccolta di voci, espressioni di un popolo, in un certo periodo storico, che genera, in chi lo legge, una coscienza collettiva, l’appartenenza a quella comunità. E il vocabolario di Conforto non insiste troppo su uno dei «tòpoi» più ricorrenti nei testi degli scrittori calabresi, quello di un mondo ormai perso, una sorta di paradiso perduto, in netto contrasto con un presente opprimente ed indesiderato, perché privo dei valori essenziali dell’uomo!
Scriveva, nel 1924, ETTORE GLIOZZI, riportando un noto aforisma calabrese: «Cu sapi vidi, e cu no [sapi ] è orbu d’ ‘u tuttu . Si, cieco nell’anima, cieco nel cervello (…)» (4).
Ricordavamo, pocanzi, le difficoltà che s’incontrano nel compilare un vocabolario dell’italiano, che sono ancora più intense per quelli areali. Osservava, a questo proposito, TRISTANO BOLELLI, nell’introduzione al suo Dizionario etimologico che: «mettersi a lavorare ad un dizionario è come entrare in galèra (quella di un tempo). Bisogna essere ben persuasi che non ci saranno più domeniche, ferie estive, passatempi. Se non si lavora a tempo pieno, non si finirà mai» (5).

Chi non ha provato questa esperienza non può immaginare che redigere un vocabolario è un’operazione massacrante, che non dà tregua, e – aggiungiamo noi – anche quando l’opera è finita ed è già stampata, nuovi termini si affollano nella mente dell’autore, che già pensa ad un aggiornamento, o ad una nuova edizione!
È, questa, una “malattia” che nessun medico potrà diagnosticare, ma che rende l’autore appagato, perché ogni scoperta è, per egli, un inaspettato piacere, che consola e gratifica e aiuta a sopportare le iniquità della vita con maggior spirito di sacrificio!

Interno Libro
Cercàndu, lejèndu, parràndu – Umberto Conforto


Ci preme anche sottolineare che, con quest’opera, di un certo spessore, Umberto Conforto è stato il continuatore di un’indagine, protratta nel tempo da altri lessicografi, come si ricava dai non pochi vocabolari dialettali catanzaresi, tutti, peraltro, di buona fattura, pubblicati nell’arco di più di un secolo: Fedele Romani (1891), Raffaele Cotronei (1895), Vittorio Sorrenti (1997, 2005), Umberto Conforto (2018). È questo, forse, il segno inconfutabile che una tradizione secolare possa continuare ancora? Si consideri pure, con le dolenti note, che tutti questi vocabolari sono stati pubblicati a spese degli autori, per l’ottusa indifferenza delle istituzioni, di ieri e di oggi! E Umberto Conforto ha fatto di più. Il suo grosso volume, di 757 pagine, stampato in 100 copie, ormai esaurite, lo ha regalato agli amici!
Sia di monito, in questa situazione di abulìa della istituzioni, l’indicazione dello scrittore cileno Luis Sepùlveda che sosteneva che «un popolo senza memoria è un popolo senza futuro!».

Prof. Michele De Luca

note:

(1) PELLEGRINO ARTUSI, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Firenze, Landi, 1891.
(2) Il testo è in parte ripreso da DOMENICO PITTELLI, Catanzaro d’altri tempi , a cura dell’Ente Provinciale per il Turismo di Catanzaro, Catanzaro, La Tipomeccanica di F.Izzo & C., 1982, pp. 129-130].
(3) LORENZO GALASSO, Saggio d’un vocabolario calabro-italiano ad uso delle scuole, Laureana di Borrello (Rc), Tipografia del Progresso, 1924: ora rist. facs.: Pesaro, Metauro Edizioni, 2013, p. V.
(4) ETTORE GLIOZZI, La Calabria. Libro sussidiario per la cultura regionale e le nozioni varie per le classi 3 a – 4 a – 5 a elementari , Torino, Società Editrice Internazionale, [1924]; ora rist. facs.: Locri, Franco Pancallo Editore, 2002, p. 53.
(5) TRISTANO BOLELLI, Dizionario etimologico della lingua italiana, Milano, Antonio Vallardi Editore, 2006.

Il dialetto calabrese rivive nel Dizionario catanzarese di Umberto Conforto ultima modifica: 2020-05-11T15:49:39+02:00 da Michele De Luca
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